“L’Arte cura”. Diario di un Viaggio

Non c’è cosa più difficile che parlare di sé. Per un artista, per una persona, credo significhi chiudere gli occhi per sfidarsi a guardarsi dentro.
Ma proverò a raccontarmi.
Tu mi domandi cosa sia per me la prima spinta per l’Arte.
Il Dolore.
Non c’è nutrimento più succulento per l’Arte che il Dolore.
E poi, credo, il coraggio… dell’istinto.
Per questo gli Autoscatti: nel mio lavoro non c’è ‘premeditazione’.
In realtà, io non so quello che faccio. Non conosco molto della tecnica fotografica, dello studio delle luci o del ritocco.

Non so molto della macchina fotografica che sto usando.
Anzi Lei, la macchina, è apparsa nella mia vita così, per caso, come l’amore, come quelle storie che nascono da un incontro fortuito, che so, in un parco: Lei mi è stata donata da un’amica, che non se ne faceva più nulla.
E così l’ho presa ed ho iniziato a scattare, che per me, ora so, significa scavare. Dentro di me.
Lì, dove fa più male.
Da piccola mi sono ammalata di cancro, “Retinoblastoma” è il termine scientifico di questa forma tumorale aggressiva che colpisce agli occhi.
I danni arrecati sono irreversibili:  ho perso un occhio. Ma sono sopravvissuta.

È forse questa mancanza, questa incapacità di vedere come voi ‘normali’, che inconsciamente mi ha avvicinato alla fotografia.
Quando faccio foto, io non penso.
Non parto mai da un tema, non faccio alcuno studio preparatorio.
Non traggo ispirazione, consciamente e direttamente, da nulla.
Solo scatto.
E poi, quando sento che è il momento le carico sul computer e le vedo: e solo allora scopro ciò che stavo cercando di dire, ma senza rendermene conto.
È questo il bello della fotografia per me: è un macchinario, ma in realtà è uno specchio. E all’improvviso, come uno schiaffo, ti mostra chi sei.
Sei tu.
La fotografia, quella vera, quella che rimane, non mostra affatto ciò che vediamo. Mostra ciò che siamo.
E forse, quelle tribù che credono che le rubi l’anima, non hanno poi tutti i torti…

Questo è il mio modo di scattare, che mi porta inconsapevolmente a ripercorrere, ogni volta, momenti dolorosi del mio passato. I miei sbagli.
Così è nata la serie “Retinoblastoma”: per mostrare, o forse di-mostrare, che un limite come la semi cecità può diventare un “dono”. Dipende solo da dove lo si guardi.
Così “Io non ho paura- contro le botte in cucina”: un urlo sulla violenza domestica e sulla necessità di sopravvivere, creando un mondo parallelo fatto di sesso, ma anche di personaggi puramente di fantasia infantile.
“Padre Nostro” e “Mea Culpa”: la mia irreligiosa omosessualità.
Temi che appartengono anche al sociale che attraverso la fotografia riesco-provo- ad esorcizzare, a trasformarli, forse, in bellezza.

E ad abbandonarli, finalmente.

Perché l’Arte si nutre del dolore è vero, ma una volta sfamata, quel dolore si trasforma in altro: in poesia, forse, in un aiuto per chi leggerà quelle storie illustrate nelle foto, a capire che l’Arte vince.
Sempre.

L’Arte vince. Nelle rovine di una città distrutta.
L’Arte vince. La morte del suo artista.
L’Arte. Si riproduce tra le scaglie di una corteccia in un albero, tra migliaia, in luoghi lontani e sconosciuti.

L’Arte non muore.

Mia madre mi ha raccontato che i dottori sospettano che io sia nata col tumore.
Sebbene mi sia stato diagnosticato a quasi due anni, forse il cancro si è sviluppato con me, quando ero ancora un feto.
Ed è come se io avessi fatto mia l’idea dell’indissolubile coerenza paradossale del binomio della vita e della morte: una attinge dall’altra, continuamente. In una danza perpetua di bellezza e brutture.

La Fotografia è il mio Diario, in cui scrivo di me stessa, e a cui non voglio mentire, ben consapevole del fatto che comunque non potrei. Lei, la macchina, se ne accorgerebbe subito.
Piuttosto è Lei, a farmi scoprire così un nuovo buio, ogni volta, dentro di me. Ad illuminarlo, ogni volta, per farmi vedere.
E questo cieco vedere è la mia Arte.

Alla donna che più ho amato, una volta dissi: “Tu sei i miei occhi”.

Per una semi- non vedente questo è certamente il complimento più vero che esista.
Ma mi sbagliavo.
L’amore che provavo per lei è diventato così la mia carta bianca.
La macchina fotografica la mia scrittura.
E la fotografia, le mie risposte.

La Fotografia è gli occhi che il cancro ha cercato di portarmi via.
Senza riuscirci.
E l’Arte, è l’errore che si fa bellezza.
Quando lo si impara ad amare.

Grazie,
Ilaria Facci

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